E’ una baracca ricavata con travi di legno marcito che reggono un tetto di lamiere in una stradina isolata di San Marzano sul Sarno. Per arrivarci si percorre una traversa di via Berlinguer che si tuffa nei campi disseminati di serre. Il sole batte sulle lamiere e trasforma quello che è un riparo, più che una casa, in una gola di brace. Si respira a fatica tra la terra che arde in gola con un piccolo ventilatore che muove folate di afa. In questo posto, che sembra abbandonato anche da Dio, dove si fa fatica a pensare come ci si possa stare quando cala la notte, dove per arrivarci bisogna spingersi fino a quando la strada non ha più via d’uscita, ci sono giunti anche i carabinieri più e più volte ieri. I militari hanno verificato le condizioni in cui viveva la piccola Lidia e non hanno potuto fare altro che constatarne la precarietà, il degrado. Un ambiente poco adatto per chiunque, soprattutto per una bambina. Nonostante si sia tentato di renderlo meno greve ed opprimente con pupazzi sparsi in terra, è un contenitore di latta, di insetti, topi. C’è una corda per stendere il bucato che passa da una trave all’altra e si intreccia quasi con i fili della corrente elettrica. E’ un posto dove Lidia ci ha passato giornate intere, da dicembre, fino a giovedì. A volte anche da sola. Lo racconta il papà, Gheorghe Buzatu, mentre il cellulare continua a squillare. Lo chiamano in continuazione i carabinieri. Lui risponde, rimette giù, devono notificargli degli atti e deve andare di nuovo in caserma dopo una l’intera notte passata a rispondere alle domande, su di una morte che è stata subito un giallo. Dal pronto soccorso, quando sul referto è stato scritto come causa del decesso “arresto cardiorespiraorio????????”. Otto punti interrogativi che hanno aperto la porta dei dubbi, delle ipotesi, dei sospetti. Fino a quel cambio del pannolino nella sala del pronto soccorso, quando un’infermiera nel lavare il corpicino ha allertato i medici di turno perché aveva notato una anatomia strana. Il referto è quindi passato nelle mani dei militari intorno alle 22:30 di giovedì.
Il papà di Lidia attaccato alla foto della piccola: “Era la mia bambina”
Lo racconta anche il papà di Lidia che è stato prima interrogato in ospedale, poi in caserma. “In ospedale ho sentito che dicevano di una violenza, ma no, io no alla mia bambina”. Trascina la voce intorno ad un tavolo con una coppia di connazionali. “Era solo una bambina di 3 anni, cosa le potevo fare? Poi, era la mia bambina”. Racconta la tragica serata e sembra riviverla per intero. “Sono tornato da lavoro alle 20, ho visto che non stava bene e le ho cambiato il pannolino, l’ho lavata. Dopo poco ho notato che non riusciva a respirare, man mano il respiro veniva meno, poi è diventata viola. L’ho caricata in auto insieme a dei miei parenti per andare in ospedale. Lì i medici l’hanno presa, l’hanno portata dentro. Dopo mi hanno detto che era morta ed era già morta quando era arrivata con me”. Pare che la piccola avesse da tempo una sorta di allergia che le procurava prurito. “Aveva avuto l’influenza e le era rimasto questo prurito, ero andato in farmacia a comprarle una pomata”. Lidia era in Italia da 8 mesi, accudita dal papà insieme ad una coppia di parenti dell’uomo. La mamma è tornata in Romania, sta con un altro uomo ed ha un bambino di 1 anno. Una storia complicata, Gheorghe ha provato più volte a ricomporre i rapporti con la ex moglie, ma senza successo. “Io volevo riappacificarmi, pure adesso lo farei, ma lei non vuole. Ha un altro uomo. Sto provando a chiamarla da ieri per dirle cosa sia successo, ma non mi risponde al telefono”. Ha 35 anni, lavora sotto le serre per giornate intere. Racconta della figlia che non c’è più con calma, risponde alle domande, anche se trascina l’italiano spiega i dettagli. Ha gli occhi stravolti da una notte infinita ed una mattinata dove ha fatto la spola tra carabinieri ed obitorio. Gira più volte nelle mani il cellulare dove ha le foto di Lidia. Le mostra a tutti. In una sono insieme, sorridono all’obiettivo. Lo richiamano i carabinieri, deve andare di nuovo in caserma. “Io dico la verità, non ho paura, non mi preoccupo”.




