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Fabiano Annunziata: “La mia lotta contro il covid, tra dolore e speranza”

Fabiano Annunziata: “La mia lotta contro il covid, tra dolore e speranza”

Fabiano Annunziata, giovane sarnese, contagiato dal covid, prima monitorato a casa e poi la corsa in ospedale per complicanze respiratorie. Giorni di sofferenza, paura, ma anche di speranza. In un letto di ospedale, condividendo la malattia con altre persone, e con chi poi purtroppo non ce l’ha fatta. 

Fabiano ha voluto raccontare la sua storia a Sarno Notizie perchè possa essere un messaggio forte per tornare all’attenzione in un momento particolarmente critico, con un aumento dei contagi. 

 

INTERVISTA 

Partiamo da adesso. Come ti senti e come è stato il ritorno a casa?

Sto molto meglio ringraziando Dio. Ho qualche colpo di tosse e stanchezza fisica. Dolori alle gambe e alle braccia. Capita durante la giornata di sentire la necessità di mettermi a letto a riposare. Ma guardo al futuro con ottimismo.

Facendo un passo indietro: i primi sintomi e poi il tampone positivo. Tra l’altro eri in attesa di vaccino. È come se non avessi fatto in tempo…

Il primo sintomo è comparso domenica 27 gennaio. Di mattina stavo bene, la sera poi ho iniziato ad avvertire dei brividi di freddo. Ho misurato la temperatura ed era 37, 5. Ho avvisato quelle poche persone con le quali avevo avuto contatti ed il giorno seguente ho già effettuato il tampone rapido che mi ha dato esito positivo. Ho avuto una immediata sensazione di disperazione. Poi, come da protocollo ho fatto il molecolare che ha confermato la positività. Mi sono isolato subito in casa. È stato strano ed anche sconfortante quella solitudine, che è carica di pensieri, di ansie e preoccupazioni. Come spiegato dai medici dell’Usca, che mi sono stati accanto, con grande sacrificio, professionalità, passione per il lavoro, e grande umanità, ho iniziato il monitoraggio a casa dei valori. Alternavo giorni son febbre a 37, altri ed una lieve tosse. Pensavo sinceramente che la malattia potesse proseguire così, con sintomi lievi. A lavoro avevo avuto la possibilità di fare il vaccino, e un po’ la titubanza provocata dalle tante fake news lette, un po’ la lentezza della vaccinazione con la data spostata, non lo avevo ancora fatto. Ad oggi tornassi indietro insisterei per farlo, è la strada per stare bene, è l’unica via per fermare il contagio e proteggere le persone.

Quando la situazione è diventata più preoccupante?

La situazione è precipitata dopo i primi 10 giorni. Non mi alzavo più dal letto. Perché la tosse aumentava e il respiro si faceva sempre più corto ed affannoso. Presentavo tutto il quadro clinico della polmonite legata al covid. La saturazione di giorno in giorno iniziava a scendere e la febbre arrivava a 39. Ero debole, non riuscivo neppure a mangiare.

Da qui la chiamata al 118 e la corsa in ospedale

Sì, perché non stavo bene, il monitoraggio a casa non era sufficiente ed avevo bisogno di ossigeno. L’entrata in ambulanza è stato uno shock. Io ho avuti solo la forza di dire “Dio aiutami tu” e ho pianto per tutto il tempo, da Sarno a Scafati. Poi, l’ingresso in ospedale.

Sono stato portato in una camera con altre due persone. Uno negativo in attesa di uscire, l’altro, un 60enne. La sera ebbe il desiderio di ascoltare Peppino di Capri e Carosone, io avevo lo smartphone e mettemmo le canzoni. Era felice e mi ringraziò. La mattina alle 6 è morto per complicanze. Davanti ai miei occhi. L’ospedale per me è stata una esperienza fatta di dolore e speranza, di sofferenza e voglia di farcela per tornare a casa. Ero con l’ossigeno, ne avevo bisogno costantemente. Nei giorni seguenti poi sono migliorato, mi hanno tolto l’ ossigeno e ogni giorno mi sentivo meglio.

Cosa senti di dire oggi, a distanza di giorni?

E’ stata l’esperienza più brutta della mia vita, mi ha segnato profondamente. Fortunatamente ho avuto 24 ore su 24 mia moglie vicino, che è stata lamia roccia. Pensa che, sfidando virus con la sua buona dose di ingenuità e amore, apriva la porta perché doveva vedermi e accudirmi. Mio zio Carmelo, infermiere nel reparto medicina a Sarno, è stato presente sempre.

Approfitto di questa intervista anche per ringraziare tutta la mia famiglia e la famiglia di mia moglie, i miei cognati e le centinaia di messaggi e chiamate fatte a me e a mia moglie. Ho sentito la vicinanza di tante persone anche chi non sentivo da anni. La vicinanza e l’affetto mi ha emozionato ogni giorno. Ringrazio tutti davvero. Quando capita una cosa del genere, non sentirsi solo è indispensabile. Il mio pensiero a chi non ce l’ha fatta, a chi ancora lotta, alle famiglie che hanno perso la serenità in questo terribile momento. Spero la mia storia faccia riflettere e diventare più attenti. Purtroppo in tanti hanno la convinzione che non possa accadere o che sia un questione di età. In ospedale su 14 ricoverati nel mio reparto, 7 eravamo ragazzi. Quindi, non sempre si è asintomatici. Io non ho mai avuto patologie nè problemi, eppure è stata tosta. Come per tanti che ho conosciuto. La convinzione che un giovane, senza problemi sarà asintomatico è una falsa realtà. Invito tutti alla massima prudenza, mascherina e distanziamento, sia con amici che familiari.

di Rossella Liguori