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La Massoneria sarnese, una ipotesi affascinante

La Massoneria sarnese, una ipotesi affascinante (tratto dall’Esperienza Industriale sarnese, autore Gaetano Ferrentino, edizioni Buonaiuto)

Non esistono fonti ufficiali che parlino dell’importanza della Massoneria a Sarno. Tuttavia, i segni della sua presenza sono ben evidenti in molte parti della città, su svariate costruzioni, quasi a raccontare una storia parallela, trascurata dagli storici locali, a larga maggioranza ecclesiastici che, fino al Secondo Dopoguerra hanno cercato di ricostruire le vicissitudini sarnesi.

Nell’Ottocento, a Sarno, si radicò una potente loggia massonica, derivante da quelle napoletane, alla quale aderirono tutti gli industriali e i rappresentanti delle grandi famiglie locali, con gli Abignente in primis. Filippo Abignente fu tra gli ultimi Grandi Maestri del “Circolo democratico”. I contatti profondi con il capoluogo partenopeo, dove la Massoneria era molto sviluppata e addentrata, non potevano non avere influssi anche sulla realtà locale, favoriti dagli scambi economici e culturali. I più grandi intellettuali locali e i professionisti si formavano a Napoli. Con l’Unità d’Italia e la crescita delle filande, l’associazione toccò i suoi massimi picchi al punto da cominciare ad avere ripercussioni nell’amministrazione e nello sviluppo urbano e sociale cittadino, considerato che la cosiddetta classe dirigente aderiva quasi totalmente alla Massoneria e al suo metodo. Visibili in città sono i simboli della presenza massonica.

Sul portale del monastero di San Domenico, uno dei luoghi storici di riunione, vi è uno stemma di richiamo massonico. La colombaia di palazzo Abignente è altro posto simbolico e sede essa stessa di riunioni segrete. La Cappella di San Filippo e Giacomo del palazzo Squillante, col suo Cristo deposto, richiama la napoletana Cappella di San Severo e la dedica ai due Santi non è casuale. Come non è casuale il laico “Qui non si gode asilo”, inciso sopra il portale. Nelle chiese ordinarie, non potevano avvenire arresti o altro e il non si gode asilo, invece, dava via libera. Indizi che possono ricondurre a un tempio massonico. In città, su chiese ben visibili, si uniscono simboli che aprono la strada ad analisi misteriche. Nel locale cimitero, nella sua parte monumentale, sviluppata proprio dopo l’Unità d’Italia, i più grandi industriali sarnesi e le famiglie borghesi hanno edificato, in quel periodo, cappelle e monumenti funerari con chiari richiami ai riti massonici: la lanterna, la piramide, l’occhio onniveggente. La presenza in città dell’architetto pugliese Antonio Curri è altra testimonianza, attraverso suoi lavori del fenomeno.

Il Curri, notissimo negli ambienti della Massoneria napoletana, venne richiamato anche a Sarno per lasciare alcuni segni non solo nel palazzo Buchy, ma anche in piazza Municipio, ove, su un piedistallo da lui ideato, campeggia il Mariano Abignente di Giovan Battista Amendola, altro aderente all’associazione. Si ipotizza che la statua fosse proprio il simbolo di un patto massonico tra Sarno e Napoli. Negli anni in cui si mirava a ricostruire il mito dell’Unità nazionale come precedente, rispetto alla quale la massoneria ebbe un ruolo non secondario, la disfida di Barletta era un chiaro richiamo all’italica unione contro lo straniero. Si ricorda il Fieramosca del ministro D’Azeglio. Non a caso, Amendola è autore della scultura di Gioacchino Murat posta sulla facciata del Palazzo Reale di Napoli, secondo gli studiosi, in posizione simbolica di ordine muratorio, con la mano sul cuore e con i piedi a squadra. La Massoneria cittadina, in quei tempi e fino al Primo Dopoguerra, rappresentò il centro di sviluppo del potere locale, consentendo l’elezione di suoi membri al Parlamento e favorendo gli scambi commerciali, governando di fatto il più grande progresso che Sarno abbia avuto come passaggio da centro rurale a città industriale.

Oltre alle nuove edificazioni e trasformazioni cittadine, con la nascita del corso Vittorio Emanuele e del rettifilo che squarciò la pianta medievale originaria, i massoni si fecero portatori di uno sviluppo che giovò allo stesso nascente mondo operaio.

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