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Il controesodo dei profughi «Ora vogliamo tornare a casa»

«Ora devo tornare a casa, da mio marito e da mio figlio. Siamo lontani da troppo tempo». Maria ha 57 anni, quando parla di casa parla dell’Ucraina

«Ora devo tornare a casa, da mio marito e da mio figlio. Siamo lontani da troppo tempo». Maria ha 57 anni, quando parla di casa parla dell’Ucraina. È arrivata a Sarno lo scorso 7 marzo, con la figlia di 21 anni, e la mamma. Oltre 2 mesi legate allo squillo di un cellulare per ascoltare la voce di chi è rimasto a combattere. «Siamo partite di notte, c’era il rischio che la nostra città fosse bombardata, dovevo proteggere mia figlia e mia madre che è anziana.


Ci siamo messe in viaggio in auto. Abbiamo trovato una grande accoglienza qui, non ci è mancato nulla. Ma adesso ci manca l’abbraccio dei nostri cari, vedere davvero come stanno. Ci hanno detto che possiamo tornare e lo facciamo. Mio figlio mi ha mandato delle foto, ci sono altre persone che erano accolte in Polonia e pure sono ritornate a casa. Noi vogliamo solo la pace per la nostra terra e vivere in pace».


Dall’Ucraina all’Italia e ora il viaggio di rientro. E quello di Maria non è l’unico ritorno a casa. Da giorni è iniziato ciò che si può definire il controesodo. La rete di solidarietà dopo la prima accoglienza si è struttura ancora di più per chi resta, ma in tanti. soprattutto nelle ultime ore si stanno rimettendo in viaggio. A far scattare la voglia di tornare nella propria terra pare siano state le parole di Putin in occasione della parata del 9 maggio. Per tanti è stato un discorso che ha aperto uno spiraglio facendo sperare in una pace che possa essere vicina. Forse una nuova fase del conflitto allentando le tensioni ed andando verso un graduale dialogo. Almeno questo è quanto sperano gli ucraini che stanno partendo. Del resto è il sogno che hanno manifestato fin da subito, appena arrivati in Italia: tornare a casa il prima possibile. C’è chi non vede i familiari da mesi, chi non riesce più a contattarli. Ci sono zone e città rase al suolo, ma ci sono anche aree dove oggi è possibile ricominciare.


Non è certamente un ritorno alla normalità, tutto va ricostruito, si cerca la sicurezza per se stessi e le proprie famiglie, ma è un ritorno alla propria identità, le radici, la propria gente. Ricostruire le città e ricostruire vite. Un pezzo dopo l’altro. Per tante persone la gioia ora è poggiare i piedi di nuovo sul quel confine che hanno lasciato mesi fa, e fare il passo successivo verso la propria terra.


L’ospitalità

A raccontarlo è anche don Enzo Di Nardi, direttore della Caritas diocesana di Nocera-Sarno, in prima linea nell’accoglienza. «Il loro sogno è tornare a casa, lo hanno detto tutti. – spiega – Sono arrivati un po’ alla volta, di settimana in settimana, e stanno ritornando nella loro patria nello stesso modo. Tutti attendevano il 9 maggio, perché c’era grande preoccupazione rispetto al discorso di Putin, la mobilitazione generale, e stavano aspettando di capire se la situazione potesse in qualche modo peggiorare.

Visto che il discorso non è stato aggressivo, e c’erano in alcuni casi le condizioni per tornare a casa, molti lo stanno facendo. Tornano dai propri cari. In tutto l’Agro si sono più punti di accoglienza strutturati, ci sono diverse famiglie che già sono andate via ed altre si stanno organizzando. Noi garantiamo a chiunque voglia restare la nostra accoglienza, noi li ospiteremo fino a quando vorranno restare. Con grande spirito di solidarietà. Sicuramente ci sono anche persone che ancora arrivano sul nostro territorio, fuggono dai luoghi non più vivibili lì in Ucraina. È stata importante la rete messa insieme per la prima accoglienza, e poi l’organizzazione per garantire a tutti una risposta ai bisogni ed alle necessità. Come chiesa sapevano di poter contare sulle nostre forze, ci sono stati tanti aiuti».

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