Cronaca Primo Piano

Accusato 132 omicidi in Colombia, si rifugia in Cilento: no estradizione

Un emigrante rientrato a casa. Come tanti fanno da queste parti, a sud della provincia di Salerno, nel Cilento. Chi dall’Argentina, chi dal Venezuela, chi dal Brasile, chi dalla Colombia. Tutti ad Ascea, centro costiero cilentano, pensavano che anche Domenico Antonio Mancusi Hoyos facesse parte di questa folta schiera di cilentani emigrati all’estero e poi tornati nella loro terra natia. Almeno fino a domenica sera, quando il servizio trasmesso da «Le Iene» ha svelato l’identità di quest’uomo: un pericoloso terrorista, ricercato numero uno in Colombia per numerosi crimini e da tempo rifugiato in Italia, nel Cilento. Nel suo Paese, infatti, è accusato di aver commesso, ai vertici dell’organizzazione paramilitare dell’Auc (Autodifese Unite della Colombia), durante la guerra civile che per oltre quarant’anni ha insanguinato la Colombia, numerosi crimini, tra cui oltre 132 omicidi.

«Lo abbiamo visto tante volte in giro, eppure non avremmo mai immaginato che potesse essere un pericoloso terrorista», dice chi in questi mesi ha incrociato più volte il suo sguardo. Uno tra tanti, insomma, prima che andasse in onda il servizio televisivo. A fare la spesa o altre commesse in giro. Una vita normale. Del resto, Domenico Antonio Mancusi Hoyos, che ha anche la cittadinanza italiana, è un cittadino libero nel nostro Paese, non essendoci un trattato tra Italia e Colombia per l’estradizione dei ricercati verso i rispettivi Paesi di provenienza. Non a caso, già nel 2014, quando fu fermato dai finanzieri del Gico a Imperia, in Liguria, riuscì a evitare l’estradizione, rivendicando proprio le sue origini italiane. Cilentane.

Dal 1992 è iscritto nel registro dei residenti all’estero del Comune di Casal Velino, altro borgo cilentano, a due passi proprio da Ascea, dove il 54enne ha invece dimorato negli ultimi tempi. Una villetta, in una traversa, a due passi dal mare, nel cuore di Marina di Ascea. Ma oggi già non c’è più. O almeno così ci dicono da questi parti. «È andato via, perché non si vede già da diversi giorni. Dopo l’arrivo de Le Iene è andato via», raccontano nel territorio asceota. «Vi posso però assicurare che lui è stato qui e che nella nostra zona vivono suoi parenti», ribadisce un’altra fonte confidenziale.

È assai probabile, infatti, che, dopo l’arrivo dell’inviato del programma di Italia 1, Luigi Pelazza, avvenuto nelle settimane scorse, Mancusi abbia fatto le valige in cerca di un’altra destinazione. Proprio come Cesare Battisti, arrestato poi in Bolivia dopo anni di latitanza in Sudamerica. Magari alla ricerca di un altro posto tranquillo, dove poter ricominciare a passare inosservato, nonostante su di lui penda un mandato di cattura internazionale emesso dal Tribunale di Bogotà per omicidio aggravato (132 omicidi), associazione a delinquere aggravata, banda armata, sovversione, riduzione in schiavitù, traffico internazionale di sostanze stupefacenti, crimini contro l’umanità (assalti nei villaggi, bombe nei centri commerciali). Accuse però negate dallo stesso dinanzi alle telecamere. «Non è vero», risponde Mancusi all’inviato de Le Iene che gli elenca tutte le accuse che gli vengono rivolte. E poi ribadisce: «Io non c’entro nulla con le AUC», nonostante ad accusarlo sia stato nel 2012 proprio suo cugino, l’ex capo paramilitare Salvatore Mancuso.

Nonostante però si professi innocente, continua a rifugiarsi in Italia. «Perché se fossi in galera sarei morto. Le carceri in Colombia sono mattatoi», aggiunge in un italiano non proprio perfetto. La storia dell’italo-colombiano ricercato numero uno nel Paese sudamericano è finita anche sulla scrivania del ministro dell’Interno, Salvini, che proprio di recente ha chiesto alla Francia di restituire all’Italia alcuni terroristi rifugiatisi oltralpe affinché possano scontare la loro pena. Al giornalista di Italia 1, Salvini ha promesso di prendere dei provvedimenti. Intanto, dal 2016 si attende l’ok definitivo del Parlamento al trattato tra Italia e Colombia così da rendere possibile l’estradizione. I due Stati hanno firmato il trattato, ma senza la convalida finale del Parlamento non può essere operativo. Mancusi, di certo, non ha fretta e se ne sta libero in Italia. Antonio Vuolo

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