«Zibaldone di ricordi. Aforismi, giochi, locuzioni, scioglilingua, mestieri e ”pazzielle” ro’tiempo passato».

Redazione
Da Redazione gennaio 29, 2014 18:54

Sciascillo votta arreto a Pascalino / e Pascalino votta a Nanninella , / ‘o ssapone ‘inte’ ‘e rrote fa cammino! / Sia benedetta chesta sciuriarella!… / Iammo cuonce, guagliù’! Nun tanto ‘nchino, / si no, lloco, pigliate ‘a fuiarella, / e fenesce ‘ pazzia d’’o carruzzino / cu’ ‘na ‘nzagnata ‘nfronte ‘a mummarella!…”.
1920. Ferdinando Russo, nella poesia «O’carruocciolo», illustrò con questi versi il gioco preferito dai ragazzi «di un tempo». Giochi d’epoca, ripresi nel nuovo libro di Alberto Mirabella, docente di Scienze della Formazione all’Università di Salerno e critico letterario. Dopo il successo de «Il valore paradigmatico dei soprannomi a Sarno» edito da brunolibri, Mirabella, innamorato della sua Sarno, propone uno «Zibaldone di ricordi. Aforismi, giochi, locuzioni, scioglilingua, mestieri e ”pazzielle” ro’tiempo passato». Un viaggio nostalgico nel mondo della nostra infanzia, quando a farci compagnia era una sola bambola, vestita dalle nostre mamme, che si improvvisavano sarte e le cucivano abiti con i ritagli di cotone o di lana, a seconda delle stagioni. I bambini, che amavano giocare in strada, prediligevano invece «o’carruoccio».


Il carretto non prevedeva normalmente pedali, ma viaggia per effetto della spinta iniziale e delle pendenza. Era fatto in genere con materiale da recupero, sul pianale di legno era montato un asse posteriore fisso e uno anteriore, imperniato in modo da poter girare: al posto del volante, si usavano maniglie di corda che permettevano di orientare lo sterzo. Come ruote venivano usati cuscinetti a sfera. «Io al mio carruocciolo non gli davo pace, ‘o pittavo verde, rosso, ci facevo le decorazioni, lo facevo diventare nu carruoccelo bello, elegante, sempe po’ fa’ guardà a chi pensavo dint’ ‘a capa mia. ‘O carruocciolo era una macchina da corsa. E’ overo che curreva sulamente in discesa, però, quanno s’avviava, nun se fermava cchiù, addiventava una macchina volante», spiega l’artista Antonio Petti nel suo volume «Giochi», ripreso nel libro di Mirabella come uno scrigno di perle di saggezza.
Giochi collettivi, fatti all’aperto con bilie colorate, tappi di bottiglia e altri materiali. Per condividere momenti di spensierata allegria che non erano mai uguali. Quante belle figlie, Quattro cantoni, Regina, reginella, Rubamazzetto, Te foc’e te liscio, Tiro alla fune, O’strummolo,Un due tre: stella, Yo yo, Zompa zumpetta, Nascondino e tanti altri, sempre diversi, elaborati dalla creatività del gruppo. Nel libro, corredate da fotografie, scorrono le immagini di un tempo, insieme ad aneddoti, locuzioni, modi di dire. Di un ragazzino molto vivace si diceva «tene arteteca», mentre per indicare la sua spiccata curiosità gli si attribuiva il potere: «addo’tene ll’uocchie tene e’ mane». L’autore, legato al linguaggio della sua terra d’origine, riporta nel volume 668 tra locuzioni e modi di dire, in elenco alfabetico e con dettagliate spiegazioni, capitolo per capitolo.
Mirabella torna poi sulla valenza affettuosamente ironica di alcuni soprannomi, come quello dell’amico Dante, detto «Ninuccio u’viento», dopo una disavventura causata dalla violenza del «viento ’e terra».

Non possono passare sotto silenzio «Ciritiello», ovvero Ciro Oletto a via Fabbricatore e «Nunziata» al corso Amendola, che gestivano nel dopoguerra le uniche due edicole di giornali esistenti in città. Vendere giornali era per loro motivo di vita e, tra una chiacchiera e un caffè al volo, i loro chioschi erano sempre affollati di lettori, curiosi di leggere la notizia del giorno. A quei tempi, si aspettava l’arrivo della carta stampata, del suo profumo, per sapere «l’ultima di cronaca». Così Ciritiello e Nunziata erano insostituibili amici. Storie vere, ricordi racchiusi in un libro-documento. Una capacità di raccolta e di conoscenza, quella di Alberto Mirabella. «Che ha l’obiettivo di diventare nuovo veicolo di apprendimento – precisa l’autore – per i tanti giovani oggi presi dal fascino delle moderne tecnologie, ma spesso ignari del profondo sentimento che sempre accompagna i ricordi più cari».

 

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Da Redazione gennaio 29, 2014 18:54

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