Sarno – 5 maggio 1998: la tragedia, le lacrime, i racconti

Redazione
Da Redazione maggio 5, 2018 07:57

Sarno – 5 maggio 1998: la tragedia, le lacrime, i racconti


 

“Ho visto portare via un grosso sacco celeste, dentro c’era mio figlio. E’ stato uno strazio il riconoscimento”. Teresa ed il terribile distacco da suo figlio Gaetano. “Mia mamma e mia sorella sono state ritrovate abbracciate, senza vita. Ho sentito di essere rimasto solo”. Paolo aveva 27 anni nel 1998. “Mio padre era con me, l’onda di fango lo ha travolto. Ho subito capito di averlo perso per sempre. Dopo qualche giorno nella mani di mia mamma hanno messo la catenina che aveva al collo”. Maria Rosaria ed il suo addio al papà tra il buio ed il fango. “Avrei voluto che almeno si salvasse mio fratello, che restasse lui con me, ma sono morti tutti”. Carmela oggi ha tre figli ed il più grande si chiama Felice, come suo fratello. “Non dimenticherò la delicatezza dei soccorritori quando hanno preso tra le braccia il corpicino di mia figlia, aveva pochi mesi”. Francesco ed una famiglia sepolta. Le storie si intrecciano come le ragnatele nelle vecchie soffitte, reti intricati che sono delle trappole senza scampo. Vite che si incrociano su strade bagnate da una fitta pioggia primaverile. Di quelle che si osservano dalla finestra, lievi, ma insistenti. Di quelle che sanno di terra bagnata e di polvere arida che si solleva ad ogni goccia che cade. E’ il 1998. L’anno della strage del Cermis, di 20 persone morte in funivia i cui cavi sono stati tranciati da un aereo militare Prowler del corpo dei Marines, decollato dalla base Nato di Avian. E’ l’anno di Leonardo Di Caprio: nella sale cinematografiche ci si commuove davanti alle immagini della tragedia del Titanic, alla storia d’amore che viaggia sulla linea sottile tra vita e morte nelle acque gelide al largo di Terranova. L’anno di Marco Pantani che vince il Giro d’Italia e, poi, conquista anche il Tour de France centrando una storica doppietta riuscita solo a pochi ciclisti.

L’anno di Sarno, Quindici, Siano, Bracigliano, di 160 morti di cui 137 solo a Sarno. E’ martedì 5 maggio, il sole non si vede da un bel po’, piove da almeno 8 giorni. In pochi conoscono l’ esistenza dei pluviometri, sistemi per il monitoraggio del territorio, solo dopo si saprà di almeno 173 mm registrati. Le lancette dell’orologio si rincorrono a dettare i ritmi del giorno e sono destinate, però, a fermarsi con una cadenza quasi ossessiva e morbosa. Un sigillo di morte ogni 4 ore: alle 16, poi alle 20, e di nuovo alle 24. Sono le colate di fango più terribili, quelle che lasceranno lampeggiare la luce dei lampioni una solo volta prima di spegnersi per sempre. Sono le 16, il cielo è plumbeo, e dalla montagna viene giù una valanga di acqua, fango, tronchi, massi e si abbatte nella parte alta di Episcopio, via Curti e parte di viale Margherita. Sotto il fango resta intrappolato il piccolo Roberto Serafino. E’ la prima vittima, ma nessuno lo sa ancora. Continua a piovere ed all’ospedale in via Pedagnali è un andirivieni di feriti, di gente ricoperta di fango che arriva sanguinante, con arti fratturati. Paolo Carillo abita a Viale Margherita con i genitori, Ciro e Antonietta, la sorella Giuseppina e la nonna. Lui non è in casa, lavora ad Angri. La mamma, con la dolce apprensione di ogni mamma, gli telefona per dirgli di non fare tardi e che dalla strada scende della fanghiglia. “Mi sono preoccupato ed ho lasciato un attimo per andare a vedere cosa stesse succedendo, erano le 17 – racconta Paolo che oggi ha 47 anni – C’era dell’acqua che scendeva dal viale. Ho salutato mia mamma dicendole che dovevo finire un lavoro, ma che non avrei fatto tardi. E’ stata l’ultima volta che l’ho vista. Sono risalito poco dopo, ma sono rimasto bloccato all’incrocio, non potevo più raggiungere casa. Sono corso a prendere un motorino a casa di una zia, ho tentato una via alternativa, ma nulla da fare. Non so quante ore possano essere passate con i vari tentativi di arrivare a viale Margherita, tutti inutili. Poi, ho incrociato i volontari della protezione civile di Pagani, dovevano raggiungere l’ospedale, mi sono offerto di accompagnali. Abbiamo impiegato diverse ore per arrivare in zona, procedevamo molto lentamente nel fango. All’improvviso abbiamo sentito un boato terrificante. Era la frana che investiva via Pedagnali, era mezzanotte. Abbiamo continuato a camminare e quando siamo arrivati all’ospedale era troppo tardi. Uno scenario da incubo. Era tutto crollato. Ricordo una persona sulla sedia a rotelle ormai seppellita. Ho dato una mano, poi mi sono allontano. Il mio pensiero era arrivare a casa dalla mia famiglia. Ancora una volta sono rimasto intrappolato e sono stato costretto a tornare indietro. Davanti a me c’erano montagne di oltre quattro metri di fango ed intorno un silenzio tombale, irreale. Tornato dove avevo messo l’auto non ho potuto fare altro che attendere l’alba. A quel punto si vedeva meglio ed ho attraversato dei giardini, alcune proprietà private e finalmente sono arrivato nei pressi di casa. Non c’era nulla, era tutto sommerso, facevo anche fatica a capire dove fossero le strade, le case. Era tutto un ammasso. Sono sceso, ho raggiunto i punti di soccorso, speravo che qualcuno potesse darmi notizie, ma nulla. In tanti mi dicevano di aver visto i miei familiari a casa, era ovvio fossero ancora lì. Eppure dentro di me la speranza c’era. Già il 6 maggio abbiamo iniziato a scavare con le mani, poi sono arrivati i mezzi meccanici ad aiutarci. Ho vissuto quei momenti con tanto dolore ed ero combattuto: una parte di me pensava di ritrovarli vivi, ma la parte più razionale sapeva che da quel fango sarebbero usciti solo cadaveri. Quando è stato ritrovato il corpo di mia nonna, mi è crollato il mondo, ho capito fossero tutti lì. Dopo pochi minuti sono state prese mia mamma e mia sorella, erano abbracciate. Un volontario mi ha dato un orecchino e la fede di mia mamma per farmela riconoscere. Lungo il viale era una continua processione di bare. Col buio le ricerche si sono fermate, io sono corso a prendere l’auto, l’ho parcheggiata accanto alle macerie di casa ed ho dormito lì. La mattina seguente abbiamo ritrovato mio padre. I funerali di Stato sono stati funerali di guerra. I mezzi militari con le bare, tutti quei corpi, era uno scenario di apocalisse. Io mi sono ritrovato in pochi minuti dall’avere una famiglia a non avere nulla. Un evento che mi ha cambiato dentro. Ho come una corazza, sono come una roccia, quasi insensibile a tutto. Non riesco a sentirli vicini, come si fa? Mi mancano loro e mi mancano le piccole e semplici cose che si vivono. Io ho perso tutto: famiglia, casa, ricordi. Addirittura ho avuto difficoltà a fare delle foto per il cimitero. Dal fango era uscito il fucile di mio padre, l’ho consegnato in commissariato. A distanza di anni me ne pento, era l’unico ricordo che potevo conservare”. A mezzanotte si stacca dal monte un intero costone ed a valle scivolano fango e detriti. E’ la frana che fa più morti seppellendo via Pedagnali e l’ospedale. Teresa con la sua famiglia abita a pochi passi dal Villa Malta. “Quella notte io la posso spiegare e descrivere minuto dopo minuto. – dice – Dal 5 maggio in poi è stato tutto diverso, ricordo poco degli avvenimenti attuali, è come se tenessi sempre monitorato quel momento in ogni istante. Fatto è, che quella notte ha cambiato la mia vita. Mi sono trovata senza mio figlio Gaetano, senza mio marito Aurelio, senza casa. Era quasi mezzanotte, non si dormiva perché si sentivano rumori, smottamenti, ma pensavamo di stare tranquilli a casa anzitutto perché le istituzioni dalle televisioni ci continuavamo a dire di restare chiusi in casa e poi, in virtù del fatto di vivere accanto all’ospedale. Pensavamo che se ci fosse stato pericolo, certamente sarebbe stato evacuato per primo proprio l’ospedale. Sono salva per un rimprovero di mio marito. Lui era in cortile con mio figlio ed altri vicini, mi ha rimproverato di non avergli preso il soprabito, perché pioveva. Quindi sono risalita a casa. Il tempo di mettere il piede sull’ultimo scalino, ho sentito un boato e mi è arrivata dell’acqua calda ai piedi. Era tutto improvvisamente buio. Mi volevo affacciare per capire cosa stesse accadendo, ma ho alzato lo sguardo ed ho visto delle piccole luci in lontananza, praticamente era crollato tutto, vedevo l’autostrada. Ero su pochi metri di cemento, urlavo il nome di mio marito e di mio figlio, ma le mie urla si confondevano alle altre. Alcuni parenti mi hanno preso portandomi su un terrazzo e da lì siamo scesi lungo campagne, abbiamo attraversato il cimitero. Non so come, ma ci siamo ritrovati al mercato ortofrutticolo dove c’erano già i primi soccorritori. Eravamo tutti disperati, non trovavamo i nostri familiari, come me tante altre persone. E’ passata così la notte. Poi, è arrivato un amico di mio figlio Gaetano, chiedeva a me dove fosse. Mi sono incamminata per ritornare verso casa. Erano le 5 del mattino io dovevo ritrovare mio figlio e mio marito, sapevo fossero rimasti nel cortile. Pensavo di ritrovare tutto come prima, ma arrivata verso Episcopio non capivo più nulla, era un campo colmo di terra. Non c’erano più le strade. Tutto spianato, non capivo più come proseguire. Sono stata allontanata. Ero disperata, ho passo dei giorni a chiedermi dove fossero i miei cari, poi sono ritornata sul posto quando hanno iniziato a scavare. Era sera quando alcuni volontari mi hanno preso per portarmi via, ma non volevo. Sono rimasta ed ho capito che avevano trovato il corpo di mio figlio. Mi è passato accanto in un sacco celeste. Il giorno dopo è stato ritrovato il corpo di mio marito, era a poca distanza.

Il riconoscimento è stato uno strazio. I corpi erano stati per tanti giorni nel fango, erano gonfi, irriconoscibili. A mio figlio gli si era riaperta la ferita all’addome, aveva subito una operazione pochi mesi prima. Mi mancano tanto, mi manca tenerli per mano. Il cimitero oggi è la mia casa, la cappella la addobbo a Natale e la riempio di cuori nel giorno di San Valentino. Tanti mi chiedono il perché: loro sono lì, io non posso non andare è la nostra casa. Siamo rimasti io e l’altro mio figlio, Egidio. Si sopravvive perchè si deve fare, ma la tristezza che portiamo nel cuore resta. E’ una cicatrice che sanguina sempre”. Carmela vive a via Pedagnali, una casa di due piani con un bel giardino. Vive l’incubo in quella mezzanotte di fango che segna la sua esistenza. “La frana mi ha portato via mio fratello Felice, mia mamma Giovanna, mio padre Luigi, i miei nonni e mia zia. Non so come io sia riuscita a salvarmi, ma sopravvivere è dura. Una notte terribile, ricordo quel fragore e la corsa per cercare la salvezza. I miei familiari erano dietro di me, ero sicura si fossero messi in salvo anche loro. Quando sono arrivata al centro di raccolta dei superstiti non li trovavo. Li ho cercati ovunque. Giorni terribili quelli seguenti, fatti di notizie frammentarie, ma io dentro di me sapevo di averli persi tutti. E’ così è stato. A distanza di venti anni io non lo accetto ancora, vedere quelle foto al cimitero fa male. Avevo 20 anni e mi è stata strappata per sempre una parte di me, mi manca tutto. Avrei voluto che almeno restasse mio fratello, era il più piccolo, aveva 17 anni. Avremmo affrontato insieme questi anni”. Maria Rosaria Picardi non abita ad Episcopio, si trova lì col padre a casa della nonna. Non riescono ad andare via, le strade sono ormai tutte impraticabili. “Mio padre ha avuto la percezione del pericolo e ci ha detto di lasciare tutto e scappare a piedi. – racconta – Ha aiutato mia nonna, mia zia, poi è tornato indietro a chiudere casa. Stava a pochi passi da me, ho visto l’ondata di fango travolgerlo. Quando sono arrivata al punto di incontro ho ritrovato mia mamma e le ho detto che papà era stato sepolto. E’ un dolore che ci accompagna anche per la modalità con la quale ci sono state tolte le persone care. Strappate da una furia. Mio padre non ci ha visto crescere, non ha conosciuto i nipoti, dopo i sacrifici di una vita. Gli anni che passano non leniscono il dolore e mai lo faranno. Noi siamo questa storia”

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