“Quando andavamo a Erchie…” Il racconto dei giovani sarnesi anni ’80 e ’90

Redazione
Da Redazione luglio 8, 2018 09:27

“Quando andavamo a Erchie…” Il racconto dei giovani sarnesi anni ’80 e ’90

Fino a vent’anni, l’estate a Sarno significava Erchie.

Una migrazione di massa dei giovani con mezzi anche di fortuna. La piccola località della costiera amalfitana era facilmente raggiungibile, ma, per andarci, occorreva fare dei sacrifici. Bisognava alzarsi tipo alle sei del mattino per evitare il traffico e per trovare parcheggio. Infatti, gli spazi per lasciare l’auto erano ridotti e limitati a due parcheggi privati. Ai titolari, ovviamente, dovevi lasciare le chiavi perchè avrebbero dovuto manovrare incastri incredibili per accontentare un po’ tutti. Lasciare l’auto lungo la discesa era pericoloso. I vigili facevano stragi. Molti riempivano all’inverosimile le auto. I più giovani ci arrivavano in motorino o in vespa, con l’asciugamano tra il culo e il sellino e lo zaino in spalla.

Il sole della passeggiata rigava la pelle della forma delle tracolle. Scesi i classici scalini, con possibile tappa a una salumeria lungo la strada, con panino o cornetto, due erano le alternative: spiaggia libera o lido. Qualcuno più temerario gli scogli. Le spiagge libere erano tre, Una a destra, vicino all’accesso ad una antica cava. Una al centro e l’altra verso un palazzotto. Poi, c’era anche quella segreta, alla quale si accedeva o per mare oppure passando sotto una pericolosa grotta. L’ombrellone era per le famiglie. Per i ragazzi bastava l’asciugamano o l’ombra di una barca in risacca. Ma le pietre facevano male. I lidi a pagamento erano tre. Quello più “sarnese” era il lido Edelvina. C’era gente che affittava la cabina per un mese. C’era il mitico ombrellone che si chiude tipo indiana e dentro ci mettevi di tutto. Compreso il tavolino da pic nic con le sedie per mangiare a pranzo. Se ai giovani poteva bastare una “marenna”, per le famiglie con bimbi era più complesso. Uscivano i termos con la pasta con il pomodoro calda, ma attaccaticcia. La pastiera. Qualcuno improvvisa una spaghettata con le cozze che si trovavano lungo gli scogli.

Alle dieci del mattino, a Erchie, avevi già fatto mezza giornata e vedevi gente sdraiata a dormire per riprendersi dall’alzataccia. Gli occhiali da sole servivano a nascondere le occhiaie e la pallonata del Super Santos ti dava il colpo di grazia. Prima che cominciasse l’era del walkman, c’erano i radioni con le pile che ti sparavano nelle orecchie suoni distorti dal volume troppo alto. La granita sotto al lido o alle cannucce col juke box. La mezzora sdraiato per prendere un po’ di sole, ma finivi con lo scottarti. Il costume a slippino, prima del più elegante boxer. La controra. Dalle due alle quattro terribile. Il tuffo dallo scoglio, stando attenti alle pietre sporgenti. Un ghiacciolo, un cremino o il “bacio”. Tutti nell’acqua a giocare a pallavolo. Il tipo con la rovesciata. Il pedallò: “Accorte che t’accappuotte!”. Una goccia di caffè per riprendersi. Un sorso d’acqua o di borra. E quando ti volevi buttare a mare, dopo aver preso tanto sole, arrivava sempre lo scassambrello di turno che ti innaffiava col tuffo, vincendo la tua cautela. Verso le sei della sera, cominciava la ritirata. Migrazione al contrario. Salita per le scale con la lingua di fuori. Ingresso nelle auto arrostite o sedute sui sellini roventi. Vai con la seconda e ritorno a Sarno. Per poi, riconquistare, il giorno dopo, lo stesso posto. Altra alzataccia. Ma vuoi mettere andare a Erchie? Se a quei tempi non andavi a Erchie, non eri “nisciuno”. Anche se ti dovevi ammazzare dalla fatica. E la chiamavano vacanza. Massima esaltazione del pendolarismo.

di Gaetano Ferrentino 

In foto gruppo di giovani sarnesi ad Erchie, inizio anni ’80 – Foto di Michele Pappacena –

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