FRANA SARNO – Quei morti di serie B, mentre la politica litiga

Redazione
Da Redazione dicembre 23, 2015 12:13

FRANA SARNO – Quei morti di serie B, mentre la politica litiga

Il comune di Sarno con una manovra economica si salva.  Canfora costretto a fare mea culpa. Eppure per mesi ha concordato gli emendamenti con palazzo Chigi. A testo approvato, ha passato giorni a stilare comunicati in cui smentiva l’ipotesi del colpo di spugna. Ieri la resa e l’ammissione del pasticcio.

Più che il fango son due righe, due righe appena, a metterci sopra la pietra tombale. Come se quella spoon river che fu Sarno non avesse già vomitato, oltre alla morte, già abbastanza dolore. Un po’ di soldi per ogni vita e un bel colpo di spugna. Su processi, sulle sentenze passate in giudicato e sui risarcimenti al di là da venire. Su colpevoli e vittime. Basta leggere quelle due righe inserite al comma quater dell’articolo 245-vicies della legge di Stabilità appena approvata con la fiducia al Senato: «I contenziosi aperti sono dichiarati estinti a decorrere dalla data di entrata in vigore della presente legge».

E i processi in corso al tribunale civile, dopo che i giudici penali hanno già sentenziato con il sigillo della Cassazione, le responsabilità di quella notte dell’allora sindaco Gerardo Basile (che risulta, figuriamoci, incapiente), la Presidenza del Consiglio, il Viminale e il comune di Sarno? Nulla. Capitolo chiuso anche se sono loro che dovrebbero rispondere, in solido e in sede civile, di quelle 137 vite. E invece finisce tutto qui grazie ad un emendamento del Pd che blocca tutto. In automatico. Per questo da giorni l’associazione «Rinascere», che raggruppa i familiari delle vittime, lotta per tentare di ribaltare i comunicati stampa trionfalistici di governo e dei democratici per fare emergere la verità. Contro quei 17 milioni stanziati, poco più di 100 mila euro a vittima, per chiudere la faccenda per sempre. «Sono indignato come cittadino», dice Antonio Milone, il presidente che in quella notte di maggio del ’98 perse il padre Gaetano, il preside della scuola nonché fine latinista che tutti paragonavamo, per saggezza, a Plinio il Vecchio. Ecco il ragionamento, pacato ma non rassegnato, di questo prof di latino: «Con questo emendamento del Pd, lo Stato cerca di autoassolversi dopo una sentenza di condanna e decide di chiudere definitivamente la partita dei risarcimenti. Sulla nostra pelle, solo sulla nostra pelle». Parla di morti di serie A e di serie B, cita il caso della tragedia della stazione di Viareggio quando, nel giro di pochi mesi dai fatti, lo Stato provvide a un risarcimento di oltre 300mila euro a vittima (secondo le tabelle dei giudici civili, tra l’altro). Solo come, diciamo così, acconto e in attesa del processo. Non è una questione di soldi ma di principio per questa gente che da anni lotta, in silenzio, nelle aule di tribunale per fare valere i propri diritti. In quella notte la morte non vide in faccia nessuno e la colata di fango uccise senza distinzione.

Anziani e bambini, maschi o femmine. E non si fermò davanti a una decina di padri di famiglia i cui figli piccoli non li videro mai più. Compresi i cinque tra medici e infermieri che continuarono a lavorare in ospedale per salvare i primi feriti che arrivavano. Morti sul lavoro. Uno di questi ha lasciato tre figli e una moglie che ora dovrebbero, un altro paradosso, dare addirittura dei soldi indietro. Sempre secondo la legge appena approvata. In base all’articolo 245-vicies quater infatti, «l’indennizzo corrisposto comprende tutte le somme dovute a qualsiasi titolo ai destinatari e tiene conto di quanto eventualmente già percepito a seguito di sentenze riguardanti la responsabilità civile dello Stato e del comune di Sarno». La famiglia citata prima, a cui è stata già riconosciuta una provvisionale di 30 mila euro per ogni parte civile, ora viene costretta a restituire 20mila euro. E non è un caso isolato. Anzi comune a diversi familiari di vittime. Tutto per evitare il default delle casse esangui comunali di Sarno. L’ammette anche Edoardo Fanucci, deputato e primo firmatario degli emendamenti («Ma come vicepresidente della commissione Bilancio», precisa). «Non c’è prezzo per una vita umana – spiega – ma questa soluzione, comunque perfettibile e modificabile, da una lato elargisce un indennizzo anche a chi non ha potuto costituirsi parte civile, dall’altro evita il dissesto del comune di Sarno». Giusto, giustissimo. E la pietra tombale sul processo civile? «Personalmente non l’avrei messa ma la Ragioneria dello Stato è stata irremovibile su questo punto ed abbiamo preferito portare i soldi a casa». «Non è il massimo questo provvedimento, lo riconosco – assicura Tino Ianuzzi, firmatario dell’emendamento assieme ai colleghi campani Tartaglione e Valiante, anche se tutto era stato concordato a palazzo Chigi nei mesi scorsi senza coinvolgerli -: ma stanzia dei fondi, i primi dopo 17 anni, e per tutti, che ci siano contenziosi oppure no. E mettiamo in sicurezza il Comune di Sarno che non ha soldi». Ed ecco il pasticciaccio: non solo il nodo-risarcimenti ma soprattutto la lapide sul processo civile: «Obiettivamente è un punto delicato ma capito il problema stiamo studiando come risolverlo». Come? «A breve un emendamento in un decreto legge». Vedremo. Intanto il sindaco di Sarno, nonché presidente della Provincia, il democratico Giuseppe Canfora, è costretto a fare un pubblico mea culpa. Eppure per mesi ha concordato gli emendamenti con palazzo Chigi e poi, a testo approvato, ha passato tre giorni a stilare comunicati in cui smentiva l’ipotesi del colpo di spugna. Poi ieri la resa e l’ammissione del pasticcio: «Sono dalla parte dei miei concittadini, tanto da riconoscere che, quando si commette un errore legislativo così madornale, mi sento come uomo e come sindaco, di chiedere scusa all’intera collettività sarnese». Ma il testo ormai è già legge.  Adolfo Pappalardo

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