«Così vi ho avvelenato», ecco com’è nata la Terra dei Fuochi

Redazione
Da Redazione gennaio 25, 2016 14:40

«Così vi ho avvelenato», ecco com’è nata la Terra dei Fuochi

Un racconto in presa diretta sul business dei veleni e il disastro ambientale che ha devatato la Terra dei Fuochi. Oggi la presentazione a Napoli Con Daniela De Crescenzo, cronista del Mattino, intervengono Alessandro Barbano, direttore del Mattino, e Franco Roberti, Procuratore Nazionale Antimafia.

È in Campania, nella grande conurbazione urbana tra Napoli e Caserta conosciuta oggi come Terra dei Fuochi, che si è verificata (e produce ancora oggi tutti gli effetti nefasti) una delle sciagure ambientali e civili più intollerabili della storia recente dell’Italia: il commercio e il dissotterramento nei terreni agricoli, nelle cave e nelle discariche, in ogni buco disponibile, di un quantità indefinita di rifiuti tossici.

Più di mille discariche abusive censite, ben 2500 siti da bonificare, e ancora del tutto aperto la questione del nesso con l’aumento delle patologie tumorali. Una tragedia ambientale, che si è trasformata in un gravissimo danno economico per alcune nostre esportazioni, che non ha paragoni né con altre zone d’Italia né con altre nazioni europee, e che avvicina una parte della Campania al destino di alcuni territori africani e asiatici vittime del traffico internazionale delle scorie e dei rifiuti. Com’è potuta avvenire una cosa del genere? Chi ha permesso che tutto ciò accadesse? Chi ha trasformato una delle zone più ricche e produttive dell’agricoltura italiana nel più grande sversatoio illegale delle industrie italiane inquinanti? Sono queste le domande che Daniela De Crescenzo ripropone con forza nel suo libro Così vi ho avvelenato (edizione Sperling e Kupfer) attraverso le dichiarazioni del manager camorristico Gaetano Vassallo, uno dei principali protagonisti (assieme all’avvocato Cipriano Chianese) di questo impressionante disastro ambientale che per i clan di camorra è stato invece uno straordinario affare.

A Vassallo sono stati sequestrati beni per il valore di 40 milioni di euro! È un libro prezioso perché è una specie di «romanzo criminale dei rifiuti» e ci aiuta a non perdere la memoria del disastro che è avvenuto, a capirne dettagliatamente le cause, a scandirne i tempi di evoluzione, a ricordarci dei mancati controlli e delle responsabilità dei singoli e di quelle collettive. Delle istituzioni locali, provinciali, regionali ma anche di quelle nazionali. Dei clan di camorra campani e anche del mondo imprenditoriale nazionale. Dei criminali ma anche dei colletti bianchi. Delle coperture dei politici ma anche delle forze dell’ordine, di qualche magistrato e dei funzionari delle prefetture e delle Asl, per finire al Commissariato di governo dall’inizio dell’attività fino alla sua chiusura. Prezioso perché ci fa capire ancora una volta come il successo dei clan di camorra nel mondo degli affari (in particolare dei Casalesi) non sia dovuto solo a fattori locali ma si alimenta anche di opportunità nazionali.

Ci fa capire soprattutto come a determinare le fortune imprenditoriali-criminali ci siano «le relazioni», che sono in gran parte le relazioni con i non camorristi a determinare l’ascesa, e che queste relazioni non si subiscono solo per paura ma per interessi economici, professionali e politici condivisi. Insomma, la De Crescenzo ci dimostra che è un grave errore vedere la vicenda dei rifiuti tossici interrati nella Terra dei Fuochi solo dal punto di vista criminale. E perciò nel libro cita numerosi politici locali e nazionali, numerosi funzionari pubblici corrotti, numerose ditte del Centro-Nord colluse, numerose tangenti pagate e riscosse sia in Campania che nel Settentrione.

E il tutto viene vagliato dalla giornalista-scrittrice con note accurate in cui si dà conto degli esiti processuali delle dichiarazione del pentito. Viene fuori, così, una verità semplice: i vari clan camorristici hanno svolto solo una funzione di «servizio» a una pressante domanda di occultamento, smaltimento, interramento o addirittura di riciclo di materiali nocivi derivanti da processi industriali delle aree sviluppate dell’Italia. Anche nel campo illegale e criminale funziona la legge della domanda e dell’offerta: smaltire in maniera illegale costa di meno per un’impresa industriale. Quindi la presenza massiccia dei Casalesi nel settore non è dovuta alla straordinaria qualità imprenditoriale di questo tipo di criminalità, capace di inventarsi genialmente un mercato dal nulla, ma solamente al fatto che il sistema industriale del Centro-Nord non ha risolto adeguatamente il problema del costo sociale delle produzioni pericolose per la salute, dalla mancanza o insufficienza dell’impiantistica adeguata a smaltirle, e dall’attitudine a risparmiare sui costi fregandosene totalmente dell’ambiente, della salute, e dalla qualità criminale dei propri interlocutori. Sconcerta apprendere che per tanti anni, prima degli anni novanta del Novecento quando le autorizzazioni le davano i Comuni, nelle discariche campane (dice Vassallo) «non abbiamo mai messo un telo, non abbiamo mai fatto una impermeabilizzazione» senza che ci fosse una verifica, un controllo da parte delle autorità amministrative e sanitarie.

«I sindaci avevano bisogno di scaricare e noi offrivamo le buche. Non abbiamo mai pensato di rispettare le regole, non ci è mai passata nemmeno per l’anticamere del cervello l’idea di creare le vasche di raccolta del percolato, il liquido velenoso che viene fuori dai rifiuti umidi e che ha continuato a infiltrarsi nel terreno per trent’anni. Me ne sono fregato io e se ne sono fregati gli altri proprietari di discariche». Furono proprio questi mancati controlli che spinsero i Vassallo, i Chianese e le varie ditte del settore a pensare di poter inviare nelle loro discariche anche rifiuti speciali non provenienti dalla Campania. E quando si riempivano le discariche autorizzate, essi tranquillamente cercavano nuovi buchi e li trovavano senza nessun problema.

Come il tutto incominciò? Difficile a credere, ma fu l’emergenza rifiuti scoppiata in Toscana nel 1988 (con la chiusura del vecchio inceneritore di San Donnino) e con l’esplosione della Farmoplast, un’azienda chimica di Massa Carrara, a trasformare la Campania in terra ospitale per veleni. La prima ditta a contattare i clan campani fu quella dei fratelli Fornaciari di Lucca. Poi ci pensò Licio Gelli, il capo del P2, a mettere in contatto gli imprenditori toscani con il sistema criminale-imprenditoriale dei Casalesi. E via via arrivarono gli scarti di industrie di altre parti del Paese. Poi nacque il Commissariato di governo per i rifiuti con il compito di risolvere drasticamente il problema ed espellere i clan di camorra dal controllo delle discariche e del ciclo dei rifiuti. Ma è stato un altro disastro e la storia è ben nota. Sono sicuro che con libri di questo tipo, se fatti ben circolare, il traffico dei rifiuti nocivi costerà alla camorra casalese in termini di consenso perduto più dei pazzeschi guadagni ottenuti. Fonte: Il Mattino 

Redazione
Da Redazione gennaio 25, 2016 14:40

Seguici su…